only connect

Categoria: Scritti Pagina 1 di 2

Persone su una piazza a scacchi bianca e nera viste dall'alto

La realtà è un’invenzione collettiva?

Per ognuno di noi la realtà sembra qualcosa di ovvio. Il mondo è lì, solido, governato da leggi che appaiono naturali e immutabili. Ma se quella che chiamiamo realtà sociale fosse una costruzione collettiva?

Peter Berger e Thomas Luckmann, due sociologi, lo affermarono nel 1966 nel loro libro La realtà come costruzione sociale.

La “realtà quotidiana” non è semplicemente un dato biologico o naturale, ma il risultato di un processo continuo attraverso cui gli esseri umani costruiscono significati condivisi.

Ciò che è perfettamente reale per una cultura può essere irrilevante per un’altra. L’esperienza spirituale di un monaco tibetano può apparire incomprensibile a un uomo d’affari americano; allo stesso modo, il successo economico può rappresentare il centro della realtà di uno e avere pochissimo significato per l’altro.

Non esiste una realtà sociale indipendente dagli uomini: esistono mondi costruiti attraverso pratiche, linguaggi e convinzioni condivise. Se una collettività agisce sulla base di una determinata certezza, quella certezza produce effetti concreti, indipendentemente dal fatto che corrisponda o meno a una verità assoluta.

Prima della società: l’abitudine

La costruzione della realtà comincia molto prima delle leggi, dello Stato o delle grandi istituzioni.

Comincia con un gesto ripetuto.

Ogni essere umano tende a trasformare le proprie azioni in abitudini. Fare sempre la stessa cosa significa non dover ricominciare ogni volta da zero. L’abitudine riduce il numero delle decisioni, rende il comportamento prevedibile e libera energie mentali per affrontare situazioni nuove.

Berger e Luckmann mostrano che questo processo non è un semplice automatismo, ma una necessità antropologica. L’essere umano non possiede un repertorio di istinti rigidi come molti animali. Senza routine e senza schemi condivisi sarebbe costretto a decidere continuamente ogni minimo gesto della propria esistenza.

L’abitudine offre quindi tre vantaggi fondamentali:

  • riduce lo sforzo cognitivo;
  • limita il numero delle alternative possibili;
  • rende stabile e prevedibile il comportamento.

Quando le abitudini di persone diverse iniziano a coordinarsi, nasce qualcosa di nuovo: le azioni vengono reciprocamente tipizzate e ciò che era un comportamento individuale diventa un’istituzione sociale.

Il linguaggio costruisce il mondo

Il vero strumento di questa costruzione è il linguaggio.

Non serve soltanto a comunicare informazioni. Serve a rendere oggettiva l’esperienza umana.

Attraverso le parole possiamo parlare di ciò che non è presente, ricordare il passato, immaginare il futuro, discutere sogni, religione, filosofia o mondi possibili. Il linguaggio ci permette di uscire dal “qui e ora” e di collegare la vita quotidiana a quelle che gli autori chiamano province finite di significato.

Ma soprattutto il linguaggio classifica.

Un conflitto unico, personale e irripetibile diventa “una crisi di coppia”. Una paura diventa “ansia”. Un comportamento diventa “normale” oppure “deviante”.

Le parole trasformano esperienze singolari in categorie condivise. E quando una categoria viene condivisa da un’intera comunità, smette di sembrare un’interpretazione e comincia a sembrare la realtà stessa.

Poi Berger e Luckmann scrivono:

«Si può dire che gli uomini debbano parlare di se stessi finché non si conoscono.»

Mi sono fermato.

Come sarebbe a dire finché?

Esiste davvero un momento in cui arriviamo a conoscere definitivamente chi siamo?

E il Conosci te stesso inciso sul tempio di Delfi? Non è forse un compito che accompagna tutta la vita?

Per un attimo ho pensato che Berger e Luckmann si stessero contraddicendo.

Poi ho capito che stavano parlando di qualcosa di diverso.

Il “Conosci te stesso” della tradizione greca non promette un traguardo. Indica una direzione. Socrate non afferma mai di essere arrivato alla conoscenza di sé; il suo sapere consiste proprio nel riconoscere la propria ignoranza.

Berger e Luckmann aggiungono un elemento che la filosofia antica non aveva messo al centro: non ci conosciamo nel silenzio, ma nel linguaggio. Parlando di noi, raccontandoci, ascoltando le risposte degli altri, trasformiamo l’esperienza in qualcosa di riconoscibile. L’identità non è un oggetto nascosto dentro di noi che aspetta di essere scoperto; è una realtà che prende forma attraverso il dialogo e l’interazione sociale.

Ma allora la frase degli autori può essere letta in un altro modo.

Non significa che un giorno smetteremo di conoscerci.

Significa che continuiamo a conoscerci proprio perché continuiamo a parlarci.

Ogni volta che raccontiamo chi siamo, quella narrazione modifica anche il modo in cui ci vediamo. Il linguaggio non descrive semplicemente la nostra identità: contribuisce a produrla.

Forse il conosci te stesso significa non smettere mai di interpretarti.

Quando dimentichiamo di essere gli autori

Le istituzioni come il matrimonio, la proprietà privata, il denaro, il diritto, la scuola, perfino il modo di salutarsi sono invenzioni umane sedimentate nel tempo.

Eppure, dopo alcune generazioni, dimentichiamo che qualcuno le ha inventate.

Per un bambino la lingua parlata dai genitori, le regole della famiglia o l’autorità della scuola appaiono naturali quanto una montagna o un albero. Non possiede la memoria della loro origine; conosce soltanto il loro risultato.

Qui emerge quello che Berger e Luckmann descrivono come il paradosso dell’oggettivazione.

Chi crea un’istituzione ricorda che è stata costruita. Chi nasce dopo la riceve invece come un fatto già esistente.

Così il prodotto dell’attività umana assume l’aspetto di una realtà esterna, autonoma e coercitiva. Dimentichiamo di essere gli autori delle strutture che ora sembrano governarci.

La dialettica della società

Per comprendere la condizione umana bisogna tenere insieme tre affermazioni:

  1. La società è un prodotto umano.
  2. La società è una realtà oggettiva.
  3. L’uomo è un prodotto sociale.

Noi costruiamo la società, ma una volta costruita è la società a costruire noi.

Il rapporto tra soggetto e società non è unidirezionale, ma circolare.

Normalmente immaginiamo due possibilità:

  • o siamo noi a creare la società (visione individualista);
  • oppure è la società a determinare noi (visione determinista).

L’uomo esterna il proprio mondo: inventa il linguaggio, le regole, il denaro, il matrimonio, la scuola, lo Stato.

Queste creazioni si sedimentano nel tempo e acquistano un’esistenza autonoma. Non sembrano più decisioni umane, ma fatti naturali.

È il nostro stesso modo di pensare che viene costruito. Noi crediamo di guardare il mondo direttamente. In realtà lo guardiamo attraverso categorie, linguaggi e valori che non abbiamo inventato noi.

Non siamo semplicemente “dentro” una società, siamo dentro un orizzonte di significati che rende possibile perfino il nostro pensiero.

Chi costruisce la realtà oggi?

Se Berger e Luckmann hanno ragione, allora mi chiedo: chi sta costruendo oggi la realtà sociale?

Ieri erano la famiglia, la scuola, la religione, lo Stato, i giornali. Erano le grandi istituzioni che trasmettevano alle nuove generazioni un mondo già interpretato.

Oggi quelle istituzioni sono in crisi e non sono più sole.

Una realtà sociale esiste se una collettività la riconosce come reale.

Il denaro, le leggi, il matrimonio, i confini, i titoli di studio non possiedono una forza naturale. La loro forza nasce dal riconoscimento condiviso.

La società, in fondo, è un accordo collettivo sui significati.

Se la realtà sociale dipende dai significati condivisi, allora oggi dobbiamo chiederci chi contribuisce a renderli condivisi.

Ogni giorno milioni di persone aprono uno schermo prima ancora di aprire una finestra.

Scorrono immagini, leggono titoli, ascoltano opinioni, condividono emozioni.

Pensiamo di osservare il mondo, in realtà stiamo osservando una selezione del mondo.

Ogni selezione è già un’interpretazione, dettata dagli algoritmi.

Scelgono ciò che vedremo, ciò che resterà invisibile, ciò che si ripeterà fino a sembrarci ovvio.

Costruiscono il mondo che ci diventa visibile.

L’algoritmo non ci dice cosa pensare. Decide, prima ancora, a che cosa penseremo.

Se ogni giorno vedo soltanto criminalità, finirò per percepire il mondo come pericoloso.

Se vedo solo persone che confermano le mie idee, quelle idee mi sembreranno semplicemente la realtà.

Ciò che non entra nel nostro campo visivo finisce lentamente per uscire anche dal nostro orizzonte mentale.

Se la realtà sociale è una costruzione, allora non siamo soltanto i suoi abitanti.

Ne siamo anche i muratori.

Ogni parola che scegliamo. Ogni storia che raccontiamo. Ogni immagine che condividiamo. Ogni significato che accettiamo senza discuterlo.

Tutto questo contribuisce a costruire il mondo in cui viviamo.

La realtà sociale non accade, si costruisce.

E ogni volta che cambiamo un significato, cambiamo anche un pezzo di mondo.

La realtà non è ciò che vediamo.

È ciò che impariamo a vedere insieme.

Forse la lezione più importante di Berger e Luckmann è affermare che la realtà non è un’invenzione individuale, è un’invenzione collettiva.

E proprio perché l’abbiamo costruita, possiamo continuare a ricostruirla.

Insieme.

lupopensante

Il segno resta

C’è un istante, nel traffico, in cui un gesto brusco ti fa ribollire il sangue. Un silenzio in cui uno sguardo ti fa avvampare le guance senza permesso.

Sono segni. Li interpreti anche se non vuoi. Esistere significa interpretare.

Umberto Eco, nel suo saggio Sugli specchi afferma che l’immagine riflessa nello specchio non è un segno. Il segno è ‘aliquid stat pro aliquo’, cioè qualcosa che sta per qualcos’altro.” Un segno deve rinviare a qualcosa che non ricade sotto i nostri sensi in quel momento. Fumo e fuoco insieme non sono un segno, sono solo un evento. Il fumo diventa segno quando il fuoco è nascosto. La fotografia rinvia a un’assenza. Lo specchio no. Il segno invece vive di assenze: la traccia del lupo sulla neve conta perché il lupo se n’è già andato.

E con i segni si mente. Uno strumento che non può mentire non è un segno. I pittori di corte abbellivano i sovrani. I filtri di Instagram fanno lo stesso lavoro. Una bambina finge il mal di pancia e usa il segno “malattia” per coprire un corpo perfettamente sano. Il significato non sta nell’oggetto — sta in chi lo usa, e a che scopo.

Fin qui è meccanica. Pierce. Non opinione.

Ma da qui si biforca, ed è facile confondere le due strade.

Pensiamo alla scena madre di 2001: Odissea nello spazio. Le ossa erano lì da sempre — immondizia, simbolo di morte, niente di più. Guardaluna le vede come arma. La realtà non si è mossa di un millimetro: si è mossa la griglia che la leggeva. Non c’è nessuna scelta morale in questo. Nessun “da che parte stare”. C’è uno scatto cognitivo, un oggetto che rivela una funzione che aveva già, in silenzio, da sempre. L’osso funziona come arma indipendentemente da cosa Guardaluna decide di crederci.

Il deepfake è un’altra cosa. Qui il segno non aspetta di essere scoperto — è costruito apposta per ingannarti. E quando decidi se credergli stai facendo una scelta di campo. Se vuoi distruggere qualcuno, il tuo automatismo interpretativo urla “è vero” prima ancora che tu abbia guardato bene. Qui, e solo qui, interpretare un segno è schierarsi.

Chi mescola le due cose — chi dice “è tutto interpretazione” e lascia lì, senza distinguere — sta costruendo un alibi, non un’analisi. “Possiamo scoprire una realtà nuova” e “possiamo credere a quello che ci conviene” non sono la stessa frase. Sono l’opposto.

Ogni certezza che hai è mediata da segni falsificabili. Punto, non c’è scampo. Ma proprio per questo, distinguere il segno che apre un mondo dal segno che vuole fregarti non è un lusso, è l’unica cosa che ti separa dal restare un animale che interpreta, invece che un pupazzo che crede a quello che gli fa comodo credere.

lupopensante

Controsterzo

Viviamo in un’epoca in cui la proliferazione di informazioni, la velocità del web, la diffusione dei social media e l’intelligenza artificiale rendono estremamente difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è falso.

I nostri sensi vanno in crisi, non possiamo più fidarci.

Da questa considerazione emergono alcune domande.

La prima: vero e autentico sono la stessa cosa?

Vero e autentico sono termini spesso usati come sinonimi, ma hanno significati distinti. Vero si riferisce a ciò che corrisponde ai fatti, alla realtà oggettiva.

Autentico indica ciò che non è falso o falsificato, che può essere provato come vero, ma aggiunge una dimensione di origine, genuinità e coerenza. Un oggetto, un documento o un’opera d’arte sono autentici quando sono originali e non imitazioni; una persona è autentica quando si comporta in modo coerente con la propria natura e i propri valori.

Autentico può essere percepito come vero, ma non sempre coincide con la verità oggettiva.

Sia “vero” sia “autentico” hanno lo stesso contrario. Curioso.

La seconda: se non siamo in grado di distinguere il reale dal falso, come riusciamo a dare senso a ciò che ci sta intorno? Come facciamo a dare senso alla nostra vita?

Dare un senso, inteso come usare i nostri sensi per percepire il mondo che ci circonda, è un processo immediato, corporeo, legato all’esperienza diretta: toccare un oggetto, ascoltare una musica, osservare un paesaggio.

Dare significato va oltre la percezione sensoriale. Vuol dire attribuire un valore, un’intenzione o una spiegazione a ciò che viviamo: il significato nasce dall’interpretazione, dalla riflessione, dalla cultura e dalla storia personale.

Quali sono le posizioni a riguardo dei grandi pensatori?

Nella visione platonica, le idee esistono in un mondo separato, mentre la realtà materiale è solo una loro copia imperfetta. Al contrario, nella visione aristotelica, la vera realtà si manifesta solo nell’unione tra forma e materia; la forma senza materia è un’astrazione, e la materia senza forma è indeterminata. Da un lato, vi è quindi una concezione delle idee come entità separate e perfette; dall’altro, le idee (forme) esistono solamente nella realtà concreta, unite alla materia.

Distinguere se una foto o un video rappresentano figure umane viventi o rappresentazioni virtuali era un dubbio che non esisteva tremila anni fa. Non esisteva il confine tra concreto e virtuale, oggi sì. La forma può esistere senza la materia fisica corrispondente. Pertanto, non si tratta di stabilire se avesse ragione Platone o Aristotele, ma piuttosto di comprendere perché ci crea disagio il fatto di non poter distinguere il reale dal virtuale.

Il virtuale può costituire una realtà autentica. Il termine “virtuale” non implica necessariamente imitazione o illusione. In questa prospettiva, reale non è solo ciò che è fisico, ma tutto ciò che esiste e produce effetti, anche se in modo digitale o simulato. Vero e falso riguardano invece la corrispondenza tra ciò che viene rappresentato e ciò che è.

Una narrazione, un’immagine o un’informazione sono vere se corrispondono a un fatto, a uno stato di cose, a una realtà condivisa. Sono false se ingannano, se presentano come reale ciò che non lo è, se nascondono intenzionalmente la verità.

Ecco perché continuiamo ad avere bisogno di storie, miti e narrazioni, che anch’esse sono finzioni antiche quanto l’uomo — esistevano già ai tempi di Platone e Aristotele. Perché questa apparente contraddizione? Perché le narrazioni non ci hanno mai portato in crisi? Le storie, i miti e le narrazioni aiutano gli esseri umani a dare un ordine al caos dell’esperienza, a spiegare l’origine del mondo, la natura umana, il bene e il male. Fondano comunità, valori, appartenenza. Anche quando sono simboliche o fantastiche, veicolano verità profonde (morali, psicologiche, esistenziali). Il pubblico sa che si tratta di una storia, di una rappresentazione, di una metafora. La sospensione dell’incredulità è volontaria e condivisa: ci lasciamo trasportare, ma siamo consapevoli che è “finzione”.

Oggi, invece, il rischio è che non riusciamo più a distinguere tra rappresentazione e realtà. Qui la sospensione dell’incredulità non è più volontaria, ma subita. I miti e le storie non sono “veri” in senso fattuale, ma possono essere veri in senso simbolico, esistenziale, psicologico. Le immagini, i video, le informazioni digitali pretendono invece di essere “documenti” della realtà. Quando questa pretesa viene tradita, nasce la crisi epistemologica. C’è un patto tra chi narra e chi ascolta/legge: “Ti racconto una storia che ti aiuta a capire il mondo, anche se non è letteralmente vera”. Il patto si rompe quando la finzione si presenta come realtà oggettiva, e non siamo più in grado di discernere. È qui che nasce la crisi: non dalla finzione in sé, ma dalla perdita dei confini tra finzione e realtà.

Non è la finzione a portarci in crisi, ma la perdita della capacità di riconoscerla come tale.

Senza la percezione sensoriale, non avremmo nulla su cui riflettere. Senza l’interpretazione, la realtà rimarrebbe muta, priva di valore personale o culturale.

La nostra esperienza del mondo è sempre un intreccio tra ciò che sentiamo e ciò che interpretiamo.

Quando i nostri sensi vanno in crisi, va in crisi il senso e il significato che diamo alla vita. Facciamo fatica a orientarci. Insicurezza, ansia, perdita di fiducia in sé stessi e negli altri la fanno da padrone. Siamo più esposti alla manipolazione, alla propaganda, alla perdita di autonomia critica.

Hermann Hesse in un passo tratto da “Il lupo della steppa” (Der Steppenwolf) scrive:

“Per questo mondo odierno, semplice, comodo, di facile contentatura, tu hai troppe pretese, troppa fame, ed esso ti rigetta perché hai una dimensione in più. Chi vuol vivere oggi e godere la vita non deve essere come te o come me. Chi pretende musica invece di miagolio, gioia invece di divertimento, anima invece di denaro, lavoro invece di attività, passione invece di trastullo, per lui questo bel mondo non è una patria…”

È un libro di quasi cento anni fa ma lo trovo dannatamente attuale. Riflette la tensione esistenziale del protagonista, Harry Haller, di fronte a una società moderna che percepisce come superficiale e appiattita. Il testo esprime un senso di estraneità e insoddisfazione verso il mondo contemporaneo, descritto come “semplice, comodo, di facile contentatura”. Chi cerca qualcosa di più profondo — musica vera invece di rumore, gioia autentica invece di mero divertimento, anima invece di denaro — si trova inevitabilmente emarginato, perché possiede “una dimensione in più” che la società non comprende né accetta.

Tutto ci spinge a scorrere invece di fermarci, a mostrare invece di sentire, accumulare invece di comprendere.

Reagire invece di riflettere. È un mondo rapido, rumoroso, saturo. Un mondo che ci fa sbandare. Istintivamente, cerchiamo di adattarci.

Ma proprio come quando si guida su una strada ghiacciata, seguire l’istinto è l’errore. Quando l’auto perde aderenza, l’istinto ti direbbe di sterzare nella direzione della curva, ma dobbiamo fare l’opposto. Controsterzare. È un’azione apparentemente sbagliata, eppure salvifica. Devi girare il volante nella stessa direzione in cui stai slittando. È l’unico modo di sperare di recuperare equilibrio.

Controsterzare oggi significa non farsi portare via. Significa restare aderenti alla propria interiorità, anche quando tutto spinge verso l’esterno. Significa tornare umani. Perché essere umani, davvero, oggi non è più scontato. Vuol dire sentire la vita con tutti i sensi, anche se fa male. Vuol dire scegliere il silenzio in un’epoca urlata. Vuol dire cercare verità, sapendo che potrebbe costare solitudine. Ma in quella solitudine c’è spazio. In quella lentezza, c’è forza. In quel controsterzo, c’è bellezza. E quella dimensione in più diventa sapienza.

Pagina 1 di 2

Powered by WordPress & Tema di Anders Norén