
I fatti
Giovedì 1 ottobre 2026, istituto alberghiero Arturo Prever di Pinerolo. Un laboratorio pratico di cucina è appena finito. Negli spogliatoi, davanti ad altri compagni, uno studente di sedici anni ha acceso un accendino e ha avvicinato la fiamma alle braccia di un compagno di classe di diciannove anni, con disabilità. Le grida hanno richiamato il personale dal corridoio. Il diciannovenne è stato portato in ospedale e dimesso con una prognosi di cinque giorni.
La madre ha presentato querela ai carabinieri di Pinerolo. I carabinieri hanno aperto un’indagine per lesioni e hanno trasmesso gli atti alla procura per i minorenni di Torino. La dirigente scolastica ha annunciato che proporrà l’espulsione. Nella notte tra venerdì e sabato ignoti hanno svuotato alcuni estintori nei corridoi della sede centrale; lunedì 5 ottobre la scuola è rimasta chiusa.
Interrogato dalla preside, il sedicenne ha detto di non sopportare i disabili.
Prima di tutto
Prima di qualsiasi analisi, una cosa va detta senza giri di parole. Non è una bravata, non è bullismo, non è un eccesso da spogliatoio. È un ragazzo che tiene una fiamma sulla pelle di un altro, che non può o non sa difendersi, mentre gli altri guardano e il giorno dopo qualcuno ride. È un atto disumano. So che sto usando una parola per mettere chi l’ha compiuto fuori dalla classe degli umani, e lo faccio apposta: è l’unica volta in questo testo in cui una categoria serve a qualcosa.
Lo sdegno è dovuto, e lo dichiaro. Ma lo sdegno da solo non spiega niente, e un articolo che si fermasse qui avrebbe solo aggiunto una voce a un coro che dura tre giorni. Quello che segue è un tentativo di capire come una cosa del genere diventi possibile, e perché la risposta passi da una parola.
L’ispettore delle assicurazioni
Per capire quella frase conviene passare da un uomo che di parole e di fuoco se ne intendeva. Benjamin Lee Whorf non ha mai avuto una cattedra. Per tutta la vita ha lavorato per una compagnia di assicurazioni contro gli incendi, la Hartford, e il suo mestiere era girare per fabbriche e magazzini a capire perché le cose prendessero fuoco. Lo studio delle lingue amerindiane lo faceva la sera, da autodidatta, con la stessa pazienza con cui di giorno rileggeva i verbali degli incendi.
È da quei verbali che viene il suo esempio più famoso. In un deposito, i fusti di benzina pieni venivano trattati con ogni cautela. Accanto, i fusti etichettati empty, vuoti, venivano accatastati senza riguardo, e gli operai ci fumavano vicino. Ma un fusto da cui è stata tolta la benzina non è vuoto: è pieno di vapore, ed è molto più esplosivo di quando era pieno di liquido. La parola “vuoto”, scriveva Whorf, aveva fatto da schermo tra gli operai e il pericolo. Non l’aveva nascosto: l’aveva reso impensabile.
È esattamente quello che ha fatto, in uno spogliatoio di Pinerolo, un’altra parola.
La frase
“Non sopporto i disabili.” Quattro parole, e nessuna di esse è il compagno di classe. Non c’è un nome, non c’è un volto, non ci sono gli anni passati nello stesso laboratorio. C’è un articolo determinativo, un sostantivo al plurale e un verbo che si lamenta. La grammatica ha già fatto il suo lavoro prima che la fiamma toccasse la pelle: ha sostituito una persona con una classe.
È qui che la vecchia ipotesi di Sapir e Whorf torna utile, a patto di prenderla nella versione giusta. Quella forte, il determinismo linguistico, dice che la lingua che parli decide che cosa puoi pensare, e non la difende più nessuno. Quella debole, la relatività linguistica, dice qualcosa di meno vistoso e di molto più solido: la lingua non ti impedisce di pensare niente, ma rende alcune categorie più disponibili di altre, più a portata di mano, più facili da usare senza accorgersene. Alcune strade sono più battute, e si finisce per prenderle.
La semiotica lo sapeva da prima. Per Hjelmslev la lingua non trova le categorie nel mondo: le ritaglia da un continuo che di per sé non ha confini. “Disabile” usato come sostantivo è uno di questi ritagli. Mette la condizione dove dovrebbe stare la persona, e lo fa con la leggerezza di una parola che si trova già pronta nel vocabolario di chiunque. Non serve odiare per usarla. Serve non pensarci.
C’è poi il verbo. Sopportare presuppone un peso, qualcosa che grava addosso a chi parla. Chi non sopporta è, nella sua grammatica, la parte passiva: sta subendo. La frase si presenta come una difesa, e per un istante la posizione della vittima scivola dall’altra parte dello spogliatoio. Il sedicenne non ha detto “l’ho bruciato”. Ha detto che cosa gli pesa.
La parola non ha acceso l’accendino. Ma ha reso il gesto dicibile prima che fosse fattibile, e un gesto che si può dire in quattro parole, senza nome e senza volto, è un gesto più facile da compiere.
Il silenzio
La preside ha detto una cosa che pesa più dell’espulsione: nessuno lo ha difeso. Nello spogliatoio c’erano altri ragazzi. Hanno visto, e non si sono mossi.
Sarebbe comodo leggerlo come viltà, e forse in parte lo è. Ma se la relatività linguistica vale per chi ha acceso l’accendino, vale anche per chi era attorno. Una categoria condivisa produce una zona cieca condivisa. Se nella testa del gruppo quello che succede non è “stanno bruciando Marco (Marco è un nome di fantasia, beninteso)” ma “sta succedendo qualcosa a un disabile”, la scena cade in un punto in cui nessun riflesso si attiva. Non perché i ragazzi siano crudeli, ma perché la grammatica che hanno in comune non ha consegnato loro una persona da difendere.
La lingua decide che cosa è saliente, e Whorf andrebbe letto così: non come un teorico del determinismo, ma come un teorico dell’attenzione. Il fusto vuoto non si guarda, perché la parola ha già detto che non c’è niente da guardare. “Un disabile” non si difende, perché la parola ha già detto chi è, e in quel chi non c’è un compagno.
La risata
Quando la notizia è arrivata ad altri ragazzi, a chilometri da quello spogliatoio, hanno riso. “Divertente: hanno dato fuoco a un disabile.”
È la stessa frase di prima, con un articolo in meno. Non più i disabili, la classe intera, ma un disabile, un esemplare qualsiasi preso dalla classe. Il sedicenne almeno aveva un compagno davanti. Chi ride non ha nemmeno quello: ha una parola, e la parola basta.
Provate a sostituirla. “Hanno dato fuoco a Marco.” Nessuno ride. Non perché la frase sia più grave, ma perché c’è qualcuno dentro. La risata è il test più preciso che la categoria stia funzionando: scatta solo dove la persona è stata tolta e al suo posto è rimasto un nome comune.
Bergson lo aveva scritto un secolo fa. Il riso chiede una momentanea anestesia del cuore, e il comico nasce quando qualcosa di meccanico si sovrappone al vivente. Una categoria è esattamente questo: un meccanismo al posto di un vivente. Non si ride di una persona bruciata; si ride di un sostantivo a cui è successa una cosa buffa.
Il silenzio dello spogliatoio e la risata in un’altra stanza sono lo stesso fenomeno a due volumi diversi. Nel primo caso la parola ha impedito di vedere qualcuno da difendere. Nel secondo ha impedito di vedere qualcuno e basta.
Il limite
Va detto il contrario, perché è vero anche quello. Steven Pinker e buona parte della scienza cognitiva hanno passato trent’anni a smontare Whorf, e su un punto hanno ragione: il pensiero non è fatto di parole, e la lingua non ha mai bruciato nessuno. Il sedicenne poteva dire “persona con disabilità” e accendere lo stesso l’accendino. La crudeltà non ha bisogno del vocabolario.
La tesi debole, però, non chiede di più. La lingua non sceglie al posto tuo: rende disponibili le categorie, e alcune le rende più disponibili di altre. “I disabili” è una categoria che si trova già pronta, senza nome, senza volto, con un verbo che si lamenta accanto. Non è la causa. È l’infrastruttura: la strada già battuta su cui un gesto diventa più facile da compiere, da lasciar compiere, e da trovare divertente.
Guardare dentro il fusto
Whorf non ha mai proposto di proibire la parola “vuoto”. Non ha chiesto di rietichettare i fusti, né di punire chi ci fumava accanto. Ha chiesto una cosa più scomoda: di non fidarsi dell’etichetta e di guardare dentro.
È quello che non è successo in uno spogliatoio di Pinerolo. Abito a pochi chilometri da quella scuola. Sono disabile. E la parola che ha preceduto l’accendino è una parola che uso anch’io.
Fonti: ANSA, Open, Orizzonte Scuola, News Istruzione. Per i fusti: B. L. Whorf, “The Relation of Habitual Thought and Behavior to Language” (1941), in Language, Thought, and Reality (1956). Per la risata: H. Bergson, Le rire (1900).
